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Sabato 5 settembre ore 5,30 in via commerciale a Trieste, tra le case, si sparava ai cinghiali. Tutto regolare, gli abbattimenti in deroga, e richiesti dalla provincia di Trieste e autorizzati dalla regione, prevedevano di eliminare 100 esemplari. Così è stato. È questa la “soluzione” che le amministrazioni locali hanno trovato per contrastare la presenza dei cinghiali in città. Nessuna commissione di studio, nessun coinvolgimento di biologi e ecologisti o docenti universitari, solo una riunione informativa in Provincia, sommaria e pilotata da un’unica soluzione: abbattere più cinghiali possibile, senza distinzione di sesso, età, condizioni.

Il professor Stefano Filacorda, docente di ecologia animale e gestione faunistica all’Università di Udine, ha dichiarato nell’articolo apparso su  “Il piccolo”  di Trieste di data 6 settembre, di cui riportiamo alcune parti: “… che uccidere 100 esemplari di cinghiale non risolve il problema della presenza al contrario. …Sono necessarie invece tre condizioni: la prima rappresenta il cibo “ chi vuole dar da mangiare cinghiali lo faccia lontano dalle case, in mezzo al bosco, così da allontanare questi animali dall’area occupata”; la seconda condizione è rappresentata dai piani faunistici di abbattimento: non vanno uccise le femmine conduttrici, le più esperte del branco che esercitano un controllo rigido sull’estro sessuale delle figlie e delle nipoti,  il branco sbanda, le giovani femmine rimaste senza controllo della vecchia scrofa agiscono liberamente e le nascite aumentano a dismisura.”; terza condizione l’ambiente “ ormai non esiste più intorno a Trieste una fascia di prati e radure. Terreni aperti su cui cinghiali hanno sempre avuto paura di avventurarsi perché la probabilità di essere scoperti era molto alta. La città oggi sconfina sempre di più nel bosco, costituendo l’ambiente ideale per questi animali che al suo limite trovano chi li foraggia senza comprendere quale danno sta facendo”. Sempre da “il piccolo” di data 6 settembre riportiamo le opinioni dell’etologo Prof. Paolo Zucca, docente di psicologia animale all’Università di Trieste e Teramo, “… in sintesi sparare e uccidere è inutile se non si sono messe in atto altre misure.”

La presenza massiccia di cinghiali in città non è un problema animale ma un problema sociale, di interazione tra questa specie e alcuni esponenti della specie umana.  Per risolvere il problema, servono soluzioni condivise, che non possono limitarsi ad uno sterminio di massa senza senso.

Ammesso che:

  • I cinghiali non sono animali pericolosi per l’uomo. Lo dimostrano principalmente l’evidenza e le statistiche: non ci sono casi documentati di ferimenti o danneggiamento di persone da parte dei cinghiali, al contrario esistono diversi casi documentati di incidenti di caccia. Da questo punto di vista la pratica della caccia è più pericolosa degli animali che vuole eliminare.

Nel caso in questione si tratta inoltre di  animali semi-domestici, abituati al contatto con l’uomo, molto simili ai maiali.

  • I danni reali o presunti causati dai cinghiali a vigneti, frutteti e orti potrebbero essere evitati con apposite recinzioni.
  • Gli animali potrebbero essere allontanati dalle aree urbane allestendo delle stazioni di foraggio al di fuori dei centri abitati, o utilizzando delle coltivazioni esca, entrambi metodi validi e facilmente attuabili, già sperimentati con ottimi risultati in provincia di Pordenone.
  • Non sono i cinghiali a causare gli incidenti stradali, bensì la negligenza dei guidatori, (come ad esempio il mancato rispetto dei limiti di velocità e la disattenzione). Basta anche qui confrontare le percentuali di incidenti in cui sono coinvolti i cinghiali con quelle causate per es. da stato di ebbrezza.

Non sussiste alcun motivo valido per sparare ai cinghiali, se non quello di accontentare momentaneamente pochi cittadini insofferenti, incapaci di adattarsi ad una realtà  naturalistica, per fortuna ancora presente a Trieste.

Visto che l’ecologia non è un’ opinione è facile prevedere che nella prossima primavera si ripresenterà puntualissimo il problema, questa volta più grave.

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